Al di qua del filo spinato
Una musica per sopravvivere
La musica composta nei campi di concentramento è una pagina ancora poco conosciuta della storia del Novecento. La musica era presente, ma utilizzata per finalità ben diverse da quelle odierne: i nazisti se ne servivano per mantenere l'ordine e la calma durante le marce, oppure per coprire le urla provenienti dalle camere a gas.
Nei campi e nei ghetti furono deportati anche grandi musicisti e compositori, come Viktor Ullmann e Hans Krása, che continuarono a coltivare la musica come forma di resistenza interiore, componendo e suonando per sfuggire, almeno spiritualmente, all'orrore quotidiano.
Uno degli esempi più noti è il ghetto di Theresienstadt, a circa 60 chilometri da Praga. All'interno di una vecchia fortezza militare era stato organizzato un cosiddetto "campo di transito", dove decine di migliaia di ebrei furono rinchiusi prima della deportazione verso i campi di sterminio.
Anche nel campo di sterminio di Auschwitz era stata formata un'orchestra femminile, composta da ragazze polacche e deportate ebree provenienti da tutta Europa. Tra loro vi erano musiciste straordinarie come la violinista Alma Rosé, la violoncellista Anita Lasker-Wallfisch e la cantante Fania Fénelon. A queste donne era stato assegnato un compito terribile: suonare all'ingresso del campo quando le squadre di lavoro uscivano al mattino e rientravano la sera. Allo stesso tempo, però, godevano di piccoli privilegi, come una razione di cibo leggermente maggiore o un riparo più caldo durante l'inverno.
Un caso particolarmente significativo riguarda il cosiddetto concerto del 15 gennaio 1941, spesso citato tra le esecuzioni musicali avvenute nei lager. Si svolse nel campo di Görlitz, nella baracca n°27B, adibita a spazio teatrale. Il brano eseguito fu il Quatuor pour la fin du Temps, composto da Olivier Messiaen e interpretato da quattro musicisti: Jean Le Boulaire al violino, Étienne Pasquier al violoncello, Henri Akoka al clarinetto e lo stesso Messiaen al pianoforte. L'opera si ispira alla visione dell'Angelo dell'Apocalisse, simbolo della fine del tempo e della trascendenza.
Accanto agli spartiti e alle testimonianze, esistono anche oggetti che raccontano questa storia. Uno dei più significativi è un violino appartenuto a Eva Maria Levy, deportata ad Auschwitz con la sua famiglia. Lo strumento, regalato dal padre per il suo sedicesimo compleanno, venne portato con sé nel campo e le permise di entrare a far parte dell'orchestra, evitando così la selezione per le camere a gas.
Durante la prigionia, Eva Maria ricevette un biglietto dal fratello Enzo, con un rigo musicale disegnato a mano e la scritta in tedesco "Der Musik macht frei", insieme al suo numero di matricola. Il violino si ruppe in seguito e rimase tra gli oggetti dei deportati fino alla liberazione. Dopo la guerra, il fratello superstite tentò di recuperarlo e farlo riparare.
Molti anni dopo, il violino fu ritrovato da Carlo Alberto Carutti, collezionista di strumenti musicali antichi, che lo acquistò presso un antiquario di Torino nel 2014. Solo successivamente si comprese la sua storia e il contesto di cui era stato testimone. Oggi lo strumento è conservato nelle "Stanze per la Musica" del Museo civico Ala Ponzone di Cremona, da cui viene occasionalmente prestato per concerti autorizzati.
Questa vicenda mostra come la musica, anche nei contesti più disumani, abbia continuato a esistere come forma di resistenza, memoria e sopravvivenza interiore.
di Matilde Balotelli
