Cos'è la felicità?

19.05.2026

Ho sempre trovato che le due definizioni date fossero allo stesso tempo aggettanti l'una sull'altra, o radicalmente incongruenti e opposte. Essere felici è una sorta di fluttuare in uno stato d'animo positivo, caratterizzato da una sensazione di profondo benessere, soddisfazione e appagamento, ma chiunque sia felice, o pensi di essere felice anche lontanamente, direbbe che la felicità ideale è un'assenza di dolore, di condizioni avverse, io mi prenderei la libertà di aggiungere anche, di sfiga.

In fondo, quando congratuliamo qualcuno, sui biglietti che compriamo al supermercato, c'è sempre scritto "tanti auguri di felicità (futura, spesso)", e alla coppia appena sposata, a chi sta per cominciare un nuovo percorso, non dimentichiamo mai di lanciare di fretta una benedizione, perché tutto vada bene, perché la fortuna sia dalla loro parte.

Come ho detto, in fondo per trovarsi in uno stato di benessere forse la condizione necessaria è che l'universo intorno a noi giri nel verso giusto; ma è mai successo a qualcuno sulla terra di avere il privilegio, io direi ultraterreno, di essere completamente, totalmente appagato e soddisfatto?

Una nonna che dà sempre consigli, anche quando non richiesti, direbbe che forse trovarsi immersi in una vita perfetta, spazzati via tutti i drammi e le sorprese che potrebbero squarciare il velo invisibile che ci sta cullando, non sapremmo neppure più dire di essere felici; non riconosceremmo quell'improvvisa ondata di tepore che ci avvolge e ci fa diventare menefreghisti, soddisfatti per poco, basta che ci importi, e stupidi.

Magari la felicità è un compromesso, un ignorare tutti quegli stimoli di progresso, miglioramento, insoddisfazione cronica, e sdraiarsi su un prato, ammirando la salita alle nostre spalle. A volte sono sempre gli stessi passi, a volte ci sono mille impronte che sprofondano nello stesso punto, e non ha molto senso anche il concetto di fermarsi e ammirare il nulla, riempirsi di pace interiore mentre la propria auto si è bloccata in autostrada.

La mia obiezione è che meritarsi il benessere è come combattere contro un essere immortale, che rigenera i suoi arti tutte le volte che ti volti e sei convinto che tutto sia finito e che sia arrivata la tua "pausa pranzo".

Vista sotto questa luce, la felicità non produce assolutamente nulla: è inutile, sembra la più codarda delle emozioni, eppure miliardi la rincorrono, fuori da sé, la cercano nel mondo, un pretesto, nell'aria, in un altro, si condivide e nel frattempo il nostro corpo, la nostra anima, qualsiasi cosa viva dentro di noi, la consuma avidamente, la ruba, va a caccia e la scova, e più diventa rarefatta e introvabile nell'atmosfera, più la fame cresce.

Forse è una dipendenza innata che persino tutti i neonati hanno, e all'inizio è così semplice da trovare, trasmessa senza rimorsi, che, anche dopo essere cresciuti, circondati da richieste e obblighi, la scoviamo nei posti più improbabili e la divoriamo egoisticamente.

Quando si è felici, qualcuno dice che si diventa deboli, ci si apre al mondo, come i bambini: bisogna stare attenti a introdurre troppa felicità, troppa positività dentro di sé, poi non ci si difende più.

Prima ho detto che la felicità non produce, ma per me è la forza motrice di tutto quello che è invisibile e immateriale: se tutto è uno scambio, una transazione, per la felicità si darebbe qualsiasi cosa, come qualcuno venderebbe tutto se stesso per amore, amicizia, anche solo per una possibilità, un augurio, un'ombra fievole, una signora che ti legge le carte in una tenda.

Se non fossimo così affamati di felicità, e se non fosse la moneta più universale che esista, non ci trasformeremmo in mezzi per procurarla agli altri.

Tuttavia, se viene data troppa felicità, se viene strappata dall'interno, la forza diventa consumatrice, e qualcuno che si è privato di tutto e non riceve più nulla, qualcuno che è diventato privo delle condizioni favorevoli, è tecnicamente infelice? E se cercandola non la trova più?

I filosofi dell'antichità, come Epicuro, che invita fondamentalmente a non temere il dolore e la morte, consideravano la felicità come lo scopo della vita umana, un obiettivo da raggiungere; per Aristotele la felicità è perfezione individuale, l'attuazione delle proprie capacità.

In realtà non credo che ci sia una conclusione a questo flusso di coscienza infinito e ripetitivo, ma in qualche modo deve finire: per essere felici basta esercitarsi, ingannarsi e avere un po' di visioni, immaginando e aggiungendo dettagli assurdi quotidianamente, e lasciare libera quella sensazione di benessere un po' insensata, perché è come un serbatoio che ha sempre bisogno di essere alimentato.

di Carlotta Ragni

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