Il lago delle maledizioni
Nel bosco c'era un lago che si estendeva per chilometri e chilometri. Molti ne erano impauriti perché si narrava che i suoi fondali nascondessero le peggiori maledizioni. Fra tutte, mia nonna mi raccontò la più crudele: le sue onde scure erano capaci di mostrare a ciascuno ciò che più gli mancava, a patto che si cercasse con grande impegno. Però la verità non sempre è clemente. Infatti, poco dopo, mi mise in guardia mentre elencava la lista infinita di persone scomparse nel tentativo di ritrovare la felicità.
Ma io non avevo dubbi. La sera stessa avrei navigato in lungo e in largo pur di vederti per qualche istante. Aprii l'uscio di soppiatto e, non appena fui abbastanza lontana da casa, superai di gran corsa l'unico ostacolo che ci separava. D'un tratto le fronde verdi si interruppero per dar vita a una distesa d'acqua strabiliante. L'avevo trovato.
Il lago quella notte era talmente illuminato dalla luna da sembrare fatto di perle, quindi sarebbe stato più facile trovarti. Notai subito la famosa barca in legno con la vela calata. Non ne avevo mai guidata una, ma non mi feci intimorire così facilmente. Avrei dovuto usare solo i remi senza innalzare la stoffa bianca, no? Ecco, questo fu l'errore più grande.
Percorsi ogni centimetro del lago col capo abbassato per scovarti tra le acque profonde, senza accorgermi del vento gentile che mi accarezzava le braccia indolenzite. La notte passava senza alcun risultato.
Quando la luna calò e si mostrarono i primi segni del bagliore mattutino, i miei occhi cominciarono a intravedere le prime tracce di un volto. Mi fermai e avvicinai ancor di più il viso alla massa cristallina. Ero convinta di averti scovato, ma, non appena il sole sorse, quei lineamenti indistinti divennero più definiti: l'immagine era il riflesso della mia faccia.
Delusa. Ecco cos'ero: delusa. Mia nonna non aveva fatto altro che mentirmi con qualche favola popolare e io c'ero cascata come un sasso.
Dato che la mia missione non era andata a buon fine, rialzai finalmente la testa e solo allora percepii il vento scompigliarmi i capelli. Mi cullò il viso e si poggiò dolcemente sulle mie labbra, poi mi abbracciò da ogni lato. Era un vento caldo, come se una vera persona fosse lì sulla barca con me.
Confusa, annusai l'aria che mi circondava. Portava addosso un odore familiare: era il tuo inconfondibile profumo. Quando realizzai cosa era successo quella notte, gli occhi si inumidirono. Tutta la notte eri stato al mio fianco senza mai abbandonarmi.
Non mi sarei mai dovuta concentrare sulla distanza che ci separava. In fondo i chilometri non avrebbero mai cambiato il nostro amore. Il vero problema era capire come affrontare la tua mancanza.
Dunque quella mattina imparai una lezione importante: non si può controllare il vento, ma si possono sempre aggiustare le vele. Compresi così come convivere con la tua assenza, mentre mi perdevo nei piccoli dettagli che mi ricordavano te e che, di giorno in giorno, aumentavano il desiderio di vederti e rievocavano la tua presenza nel mio cuore.
Mia nonna aveva ragione: quella era la maledizione più ingiusta. Non ti avevo trovato nel lago, perché la mia mancanza non eri tu, ma il non riconoscere che il nostro amore superava ogni confine. Era una consapevolezza dolce, ma la mia coscienza non era a posto.
Il dolore, almeno, era un segno tangibile della nostra esistenza. E ora il lago si era preso l'unica cosa che mi restava di te. Allora perché ho voluto estirpare la sofferenza per sempre?
di Chiara Nocco
