TT320 Deir el-Bahari

19.05.2026

La straordinaria storia della camera sepolcrale delle mummie erranti

1881, Cairo

L'allora direttore del museo, Gaston Maspero, celebre egittologo francese, riceve una lettera da un perito europeo. La apre con cautela, le dà una fugace letta e rimane sbalordito: un americano, aggirandosi fra le viuzze di Luxor, è riuscito a impossessarsi di un papiro egizio di grande valore; tornato in Europa, non si è fatto scrupoli a sbandierare con orgoglio la recente acquisizione.

Il fatto, di per sé allarmante, colpisce Maspero perché, esattamente come accaduto sei anni prima, al Museo viene nuovamente sottratto un importante reperto della stessa XXI dinastia, ma appartenente a un regnante differente, di cui allora non si sapeva assolutamente nulla.

Mille domande affiorano subito nella mente di Maspero: chi ha scovato queste tombe? Si tratta di differenti sepolture o di una delle grandi tombe comuni? Come arrivare ai predoni senza ricadere negli errori commessi sei anni prima?

Sicuramente avrebbe più senso credere nel ritrovamento di una tomba comune e, per un appassionato come il professore, le implicazioni sono esaltanti.

Subito, con un ristretto gruppo di colleghi, inizia le indagini seguendo piste inutili e qualunque sbiadita traccia. Sente mancare, tuttavia, il supporto della polizia egiziana che, dopo il precedente fallimento, ha rinunciato a questo caso.

Gli egittologi, però, non si fanno scoraggiare e inviano a Luxor, procedendo per tentativi, un giovanissimo assistente del Museo, Charles Edwin Wilbour, appena giunto dall'Europa.

Primavera 1881, Luxor

Appena l'assistente tocca la terra ferma di Luxor, abbandonando le acque alte del Nilo in piena, è chiaro che non è un archeologo come gli altri.

Subito prende alloggio nello stesso albergo dell'americano ciarlone; si aggira notte e giorno nelle più recondite viuzze e nei caotici bazar della città afosa, acquista ninnoli pagandoli profumatamente, fa tintinnare sotto gli occhi dei mercanti la saccoccia colma di quattrini e velocemente si fa conoscere come il giovane "franco" che, a sorpresa, riesce a distinguere i falsi dagli originali, ottenendo stima.

Nel giro di un mese cominciano ad avvicinarsi mercanti proponendogli reperti, a detta loro pregiatissimi, e finalmente, in una mattina particolarmente calda, un arabo gli fa cenno dall'uscio del suo emporio, mostrandogli un autentico.

Wilbour entra trepidante e, a stento nascondendo l'entusiasmo, si vede mostrare una statuetta che, al contrario di quanto gli viene detto, egli fa risalire alla XXI dinastia, esattamente come la pergamena trafugata.

Iniziano interminabili trattative. Alla fine il giovane archeologo la compra, ma si mostra profondamente insoddisfatto.

Nel giro di poche ore, sempre tramite sguardi, biglietti sottobanco e parole sussurrate di sfuggita, in un sobborgo di Luxor gli viene presentato Abd-El-Rasul.

Questi si presenta come capo di una numerosa famiglia e, pregustando il tintinnare del denaro del "franco", dopo alcuni giorni di colloqui e trattative, mostra al giovane egittologo autentici reperti della XIX e XX dinastia.

Il giovane Charles lo fa arrestare immediatamente: ha scovato il ladro di tombe.

Nel giro di poco, Abd-El-Rasul e alcuni membri della sua famiglia vengono portati davanti al mudir¹ di Kench, al cospetto di Da'ud Pascià stesso.

L'autorità di Da'ud Pascià era indiscussa e lui stesso era temuto come fosse una divinità. Si mormorava in città che gli occhi del Pascià penetrassero l'anima e svuotassero gli uomini dei segreti che cercavano di trattenere.

L'assistente, tuttavia, rimane estremamente deluso quando i suoi sospettati, sostenuti dagli appassionati giuramenti di innocenza degli abitanti del loro villaggio, vengono rilasciati per "mancanza di prove".

Non è tutto: nonostante l'insistenza quasi ossessiva di Wilbour, Da'ud Pascià pare prendere provvedimenti con un'estenuante flemma.

La pista sembra essersi dissolta, proprio come una figura disegnata sulla sabbia e spazzata via dai venti caldi della stagione.

Passa un mese senza che emerga alcuna nuova traccia, quando una notizia sorprende l'egittologo, costretto in quel momento a letto febbricitante: il Pascià ha risolto il caso.

Un cugino di Abd-El-Rasul, spaventato dalla fama del mudir, si è recato con la coda fra le gambe da lui, raccontando la millenaria storia del proprio nucleo familiare.

L'intero paese della famiglia è abitato da saccheggiatori che, come portassero avanti un'arte, si tramandano il "mestiere" da padre in figlio da tempi remotissimi: una vera e propria dinastia di predoni, risalente addirittura al XIII secolo a.C.

La loro scoperta più importante era stata fatta, guarda caso, proprio sei anni prima, nel 1875, quando Abd-El-Rasul aveva trovato una stretta apertura nel massiccio roccioso a cavallo fra la celeberrima Valle dei Re e la conca di Deir el-Bahari.

Con sorprendente costanza e mesi di sforzi, l'arabo era riuscito a calarsi in quell'apertura, capitando in una vasta camera sepolcrale colma di mummie e corredi funebri degni di sovrani.

Era evidente ad Abd-El-Rasul, navigato predone, che quello fosse un tesoro inestimabile, capace di mantenere l'intera famiglia per generazioni. Così il segreto venne rivelato soltanto ai membri più fidati del nucleo familiare e si decise, scaltramente, di prelevare solo il necessario, utilizzando la camera sepolcrale come un ricchissimo "conto bancario mummificato".

5 luglio 1881, Deir el-Bahari

Alle prime luci dell'alba tre uomini si dirigono verso il luogo tanto agognato.

Uno di loro conduce gli altri: è Abd-El-Rasul che, a malincuore, sta mostrando la via a un assistente arabo e a Emil Brugsch per raggiungere l'apertura della camera.

A causa di uno scherzo del destino non sono né Wilbour — che aveva indossato i panni dell'instancabile detective — né Maspero, la figura da cui tutta questa odissea aveva preso avvio, a posare per primi gli occhi sulle meraviglie della camera. Il primo è ancora malato, il secondo assente per un'urgente convocazione in Europa.

Sarà dunque un rappresentante del Museo del Cairo, fratello del celebre egittologo Heinrich Brugsch, a compiere la scoperta.

Il sole è appena sorto quando Brugsch, col cuore in gola e il timore di essere stato ingannato dallo scaltro Rasul, si cala lungo una fune in uno stretto pozzo profondo undici metri.

Dopo attimi che paiono interminabili, sente il tonfo dei piedi toccare terra. Subito accende, tremante, la torcia; gira un angolo e procede incerto lungo un corridoio di pietra immerso nell'oscurità.

Con difficoltà avanza e finalmente gli si apre dinanzi la camera sepolcrale.

Alla flebile luce vengono rivelati, immersi nella penombra, colossali sarcofagi sparsi senz'ordine: alcuni sigillati, altri mezzi aperti, ovunque volga lo sguardo.

Dal pavimento continuano ad abbagliarlo i riflessi dei corredi funebri, tanto numerosi che rischia continuamente di urtarli.

Emil cammina tremante, ma infine si deve fermare, accasciandosi a terra con gli occhi lucidi per l'emozione: attorno a lui riposano le spoglie mortali dei più potenti sovrani del mondo antico.

Ora strisciando, ora avanzando febbrilmente, si aggira per la camera scoprendo che lì riposa Ahmose I, che gloriosamente cacciò gli Hyksos dall'Egitto; poco più in là Amenhotep I, divinizzato protettore della necropoli tebana.

Ed ecco ancora i due maggiori sovrani la cui fama ha attraversato spedita i millenni: Thutmose III e Ramses II, proprio colui che aveva guidato gli Egizi nella battaglia di Qadesh e che, secondo la tradizione, avrebbe cresciuto alla sua corte il biblico Mosè.

Infine, fra molti altri — quaranta in totale — appare Seti I, la cui tomba era già stata ritrovata con enorme delusione, poiché completamente svuotata.

Il saccheggio si credeva opera dei predoni.

Invece Brugsch scopre, continuando ad assimilare informazioni al culmine di un'emozione sovrumana, un'altra storia, antica di millenni: quella delle "mummie erranti".

Tornano alla luce le interminabili notti durante le quali i sacerdoti strappavano i propri faraoni ai luoghi del loro riposo eterno per proteggerli dalle profanazioni dei ladri. Spesso le loro spoglie erano state raccolte a Deir el-Bahari in nuovi sarcofagi, uno accanto all'altro.

La confusione della camera, rimasta immobile nei secoli, rievoca nell'egittologo l'intrinseca paura e la fretta con cui quei sacerdoti avevano agito, limitandosi ad appoggiare i sarcofagi alle pareti.

Successivamente, al Cairo, racconterà commosso la straordinaria — quasi irreale — storia delle mummie erranti.

I fatti appena raccontati — romanzati, lo ammetto, ma non troppo — sono relativi al ritrovamento della camera sepolcrale oggi conosciuta come TT320, detta anche "Royal Cache".

Questa vicenda rappresenta solo una piccolissima parte delle innumerevoli storie narrabili sugli archeologi: uomini mossi da una profonda passione, da un coraggio incomparabile, dotati di scaltrezza e di un pizzico di sana testardaggine.

Figure che sembrano aver vissuto avventure inverosimili, vestendo insieme i panni dell'esploratore dell'ignoto, dell'investigatore sulle tracce di predoni e ricettatori, dello scienziato e perfino del giustiziere.

Non possono che farci sognare.

Il saggio che raccoglie questa e molte altre straordinarie scoperte è Civiltà sepolte - Il romanzo dell'archeologia di C. W. Ceram.


di Chiara Martinelli

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